mercoledì 25 aprile 2012

26.03.2012


Niente mi parla , tutto tramorto in un infinità limitata densa mmi ristagna addosso come calda umidità d'estate sudo le lacrime che tra non molto mi faranno esplodere, mi fanno gonfiare come una palla piena di parole, pensieri; ignorante una preghiera di amore nel mio incedere, solo troppo sola , troppo sola non convinco me stessa di essere forte. E sola, troppo sola so di esser più forte di te, ma stanotte tu non sarai mai solo. Forse più gloria i giusti e i veri, solo più soli di coloro che fingon di esser sinceri.

I gabbiani


I gabbiani mi ricordano di quando il mio cuore si riempiva di cielo

perché anche adesso, che a volte mi capita, lo sai, di non riuscire a scorgerlo perché i palazzi sono troppo alti e le strade fitte di fumi matti, arriva un gabbiano.

E quando lo vedo lo sgorgo piano,
butta l'aria sotto le sue ali e una ventata lo tira su, lui si fa trasportare ,non gli importa di domani. Io lo guardo e piano piano mi porta alla mia terra: al cielo, che come uno stretto parente della mia tribù mi parla un'altra volta.

Le statue ed i piccioni - 29/09/2011


Le statue amano i piccioni almeno quanto il cielo ama le stelle.
Tanto tempo fa, prima che qualcuno costruì le statue, i piccioni non esistevano. Non ancora.

Il primo uomo che costruì una statua era uno stregone dell'Inghilterra che viveva tanti secoli fa.
Era un uomo un po' solo: sapeva fare qualche magia ed era un valente mago ma non era mai contento di ciò che faceva. Se ne stava sempre chiuso nella sua caverna e ogni tanto usciva per prendere qualche erba magica o qualche pelo di opossum per i suoi intrugli.
Da qualche tempo ,in particolare, era agitato: non si dava pace. Si girava e rigirava nel letto tutte le notti e non riusciva a dormire, cercava in lungo in largo qualche erba che lo curasse, qualche bacca ma non ne trovava nessuna.
Il motivo della sua insonnia era un potentissimo sortilegio di cui fu vittima: era stato stregato dallo sguardo verde di una ragazza del suo villaggio, che era uno sguardo molto raro in quel reame. E questa cosa lo faceva impazzire: era lui lì lo stregone! Come aveva osato ,quella stolta, lanciare su di lui un tale sortilegio! Dal giorno in cui i loro sguardi si incontrarono, egli pensava a lei tutto il tempo, la voleva rivedere ma ne era allo stesso tempo ne era intimorito.
Così decise che per rivederla senza correre rischi doveva avere qualcosa che fosse uguale a lei ma non propriamente lei: una specie di suo clone. Gli venne l'idea: ne fece una sua copia uguale, ma di pietra. Lavorò con cura a quella sua opera. La trovava bellissima e ogni volta che la guardava se ne perdeva.
Tempo più tardi, dopo aver passato giorni e giorni ad ammirare la sua opera si rese conto che era ingiusto tenerla solo per sé e volle condividere il suo tesoro con tutto il mondo.
Così decise di mostrare la sua statua alla gente e la espose fuori dalla sua caverna, ma non successe quello che lui si sarebbe aspettato. Loro non trovavano niente di speciale in quella statua.
Gli sembrava più un blocco di pietra a forma di donna. Inutile quanto duro.
Chi passava di lì non si fermava un attimo ad ammirare la fanciulla. Erano tutti di fretta: chi pensava al lavoro, chi ai soldi, chi alle donne vere.
Il mago rimase così deluso che nessuno riuscisse a vedere quanto quello che aveva fatto fosse bello che si chiuse nella sua caverna senza vedere nessuno per delle settimane. Le passò a mangiare tutte le sue scorte di patate, ubriacarsi di sidro e fumare oppio. Un giorno però, nel momento in cui un raggio di sole entrato da una fessura lo venne a svegliare poggiandosi sulla sua barba, decise che non voleva che l'umanità si perdesse ciò che c'è di più bello al mondo solo perché ha così fretta da essere incapace di vedere oltre il materiale della statua, oltre il materiale delle cose.
Ripulì per bene la sua caverna , si rasò la barba incolta e mise a punto una delle migliori pozioni che avesse mai fatto. Oli di scarafaggio, puzza di formaggio, grigio di cenere e mela di maggio. Una spruzzata di ali di farfalla blu...e puf. Il gioco è fatto. Dal pentolone uscirono due ovetti che si schiusero e uscirono..dei piccioni. Appena liberi i due piccioni volarono fuori facendo un cerchio nel cielo blu e si poggiarono sulla statua.Quando qualcheduno passava davanti alla statua, e le dava uno sguardo distratto, i piccioni mormoravano “thruu, thruuu”. Sapete, erano in Inghilterra e thruu che è la pronuncia per “through”, che significa “attraverso”, o “oltre”. Essendo i piccioni magici, visto che erano stati creati dallo stregone, appena pronunciavano questa parola, i passanti erano istantaneamente stregati: veniva a tutti voglia di fermarsi e guardare attraverso la statua, oltre alla pietra, di guardare ciò che nascondeva a chi non sapeva amare. Le persone videro la sua bellezza.
Da quel giorno in poi, tutti i passanti erano incantati da quella statua e quando le passavano davanti sorridevano per la sua bellezza.

Ed è questo il motivo per cui le statue da sempre amano i piccioni.

venerdì 10 febbraio 2012

senza senso

Niente ha senso . Mi ritrovo così senza neanche sapere perché.
Quando andavo al liceo, già le cose erano più sensate, perché meno cose dipendevano da me.
Ero obbligata ad andare a scuola, lottavo per le cose che mi facevano stare bene e per alcune di quelle che mi facevano bene, e lottavo contro le cose che mi facevano stare male e che mi facevano o avrebbero potuto farmi male. Poi un giorno mi destai, piena di dubbi e di paure sul mio passato , sulla mia vita perché insicura del futuro. D'un tratto mi ritrovai nel mezzo di una strada grigia nel traffico, a piedi, con una miriade di macchine che mi sfrecciavano intorno. Cosa ci facevo io lì, era la prima domanda. La seconda era perché. E così inizia ad ispezionare la mia vita passata, per capire perché stavo in quel modo nel presente. Quando andavo a scuola ero solita inorridirmi del mondo del lavoro, della vita dell'uomo medio del mondo occidentale, così simile a quella di una formichina, così programmata. Usavo schifarmi del metodo di insegnamento a scuola perché così tante cose erano obbligatorie e così rare erano quelle imposte che nutrivano lo spirito. Eppure nutrimento per il mio spirito lo trovai con la filosofia, con le poesie, con lo sguardo della gente, sugli autobus e per le piazze aperte della mia città. Senso alla vita lo trovavo semplicemente in un giorno in cui andavo a villa pamphili con i miei amici e giocavamo come fossimo bambini, ci sedevamo all'erba verde e parlavamo col sole. Senso lo trovai profondo nelle braccia di un ragazzo che mi diede così tanto amore. Lo trovavo quando sotto la pioggia i miei passi scorrevano leggeri e in cerca di niente se non quello che si sente quando si fa proprio quello che senti in quel momento, e il battito del tuo cuore pulsa potente nel tuo petto. E sai di essere nel posto giusto, al momento giusto.
Poi fui schiacciata. Non so spiegare esattamente come successe. Ero così sicura che avrei trovato una scappatoia, un'alternativa all'altalena di dolore e godimento superfluo che quando mi resi conto che non l'avevo caddi. Caddi anche perché colui che un giorno mi aveva amato, mi abbandonò per un'altra terra lontana. E io, in un luogo così diverso da me, imparavo strumenti che in futuro mi sarebbero potuti servire ,quando sarei stata felice, ma che non mi piaceva imparare.
Caddi e non me ne resi bene conto.
Ora tutto quello che faccio mi pare così mellifluo, periodico e ciclico come una spirale di insensatezza che non mi parla all'animo, ma mi fa solo continuare a fare ciò che ho scelto, chiedendomi un po' troppo spesso se è la scelta giusta. O se io sono giusta.
Mi interrogo perché forse non è ciò che mi circonda che è sbagliato, probabilmente sono solo io che lo affronto in maniera sbagliata, o un misto dei due.
Fatto sta che ho paura, non so più chi sono, non so più chi cerco e vorrei solo innamorarmi così spudoratamente delle persone, dei posti, innamorarmi della mia vita in modo da sentire quella voce che da dentro al mio animo mi parlò e sentirla dire “vai”.


Sono autodistruttiva, assumo veleno innocente che mi rende pigra e offusca la mente, per affrontare un dolore che non so chiamare, che non so decidere, che non so ascoltare.